sabato 6 giugno 2009

Conviene che si tenga un altro viaggio se vogliamo uscire da questo luogo selvaggio

Il partito, il partito, il partito. I prossimi anni saranno decisi dal fatto che ci sia o meno un partito preparato, di quadri decisi, audaci e autorevoli tra i lavoratori e le masse e che sappiano lottare per il socialismo. In una parola un partito comunista, rivoluzionario.

La classe dominante e il suo stato l'hanno capito, non è un caso che ogni tanto spunti qualche "terrorista rosso" sebbene bombe non se ne vedano da anni. Il compagno Bellomonte, che chi scrive non conosce, ma che dai compagni di A Manca è garantito come compagno estraneo alle accuse, è il simbolo del fango che si vuol gettare e si getterà su chi lotta per il socialismo. Per questo è urgente che a sinistra, i militanti onesti della base si uniscano alla costruzione di un partito che sappia abbattere il capitalismo e costruire la democrazia socialista, le cui doglie hanno preso la forma della crisi economica e politica attuale, ma che sta a noi portare a termine.

Il presidente Chávez lo ha detto chiaramente: “Insieme a voi mi gioco tutto" riferendosi alla classe operaia venezuelana, dopo l'annuncio della prossima nazionalizzazione di 5 fabbriche metallurgiche e una di ceramiche nel suo Paese. Rispetto a quello che si vive qua, vicino alla Polimeri di Porto Torres sembra un altro mondo. E in realtà sarebbe perfettamente possibile anche qua un passo del genere, oltre che necessario.


Però non sarebbe l'ultimo passo, nè quello decisivo. Per quanto sembri lontano da noi l'esempio del Venezuela è (con le dovute proporzioni) la fotografia dei tempi: la classe operaia, i lavoratori hanno un potere immenso, e potrebbero in poco tempo rovesciare il capitalismo se lo volessero, ma sono ostacolati dalla grande assenza del partito appunto.

Il fatto che in un paese come il Venezuela dove ci sono tutte le condizioni, e da anni, per far scattare la rivoluzione internazionale, dove il rapporto di forza tra le classi è imbarazzante tanto è cristallino, persino in un paese così, le misure socialiste procedono a singhiozzo per il tramite di una repubblica parlamentare borghese per giunta! una repubblica che vuole mantenere se stessa, non vuole, ovviamente, trascrescere nel socialismo, dare il colpo di grazia, togliere tutte le leve economiche alla borghesia, ai latifondisti, agli oligopoli. Sicuramente non sarà Chavez (che con mille acrobazie si mantiene tra capitale e proletariato) a condurre i lavoratori venezuelani alla rivoluzione socialista, e questo in riferimento alla nostra situazione significa una sola cosa: Bisogna moltiplicare gli sforzi per costruire un partito radicato nella classe! le elezioni europee e amministrative hanno dimostrato una volta di più la sfiducia montante verso i partiti, vasti settori della società italiana, sotto la pressione di una crisi economica che non accenna a diminuire, si pongono ogni giorno più domande, ma le risposte del governo e dei partiti borghesi sono come la cera delle candele, sotto il calore degli avvenimenti, dell'approfondirsi della crisi economica si squaglieranno e daranno a noi la possibilità di diventare direzione del movimento che sta per nascere dalle mile lotte in corso e le altre che già si annunciano. Con la rassegnazione, i dubbi esistenziali sulla sinistra, il rigetto della tradizione più sana e rivoluzionaria del movimento operaio, il vuoto e confuso richiamo al "rinnovamento" non si va da nessuna parte. Bisogna invece imparare dagli errori dei passati, dalle rivoluzioni mancate, perdute e tradite e compiere quello che finora non ci è riuscito, formare i quadri di un partito democratico ma unito nell'obbiettivo del socialismo, oggi, non nel futuro, discutere su tutti i fallimenti di una certa sinistra chiaccherona, governativa e oltretutto traditrice ma che arrogantemente si propone in continuazione.
Distruggere le visioni rozze, positiviste, evoluzioniste, decadenti, insomma invitare a una riflessione attenta sull'offerta del marxismo, lo studio concreto del movimento della società e delle sue classi, della loro lotta, delle loro direzioni, e non lo sterile adattamento delle proprie idee al proprio stato d'animo passeggero, confuso e sempre parziale. Quello che serve, costruiamolo!

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mercoledì 27 maggio 2009

Oil - documentario sulla Saras

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giovedì 7 maggio 2009

Sciopero di otto giorni al Petrolchimico

Di seguito riportiamo il testo del volantino diffuso oggi al Petrolchimico. Dalle sei di stamattina parte uno sciopero di otto giorni dei lavoratori Ineos. E' arrivato il momento di estendere la lotta!

Rifondazione Comunista ha incontrato le RSU di Polimeri Europa di Marghera il 24 aprile scorso. Dall’incontro sono emerse due situazioni di emergenza:

- la questione bonifiche;
- la necessità che ENI torni ad investire nell’industria chimica.

Questi due aspetti si tengono strettamente: il risanamento ambientale si lega con il mantenimento del sito produttivo – industriale. Anzi, è proprio il mantenimento delle attività industriali (e quindi delle aziende) a costituire la condizione imprescindibile per gli investimenti negli interventi di messa in sicurezza e bonifica del sito inquinato.
E’ evidente che solo ENI dispone delle risorse finanziarie (oltre 10 miliardi di euro di utile nel 2008) e delle capacità industriali per investire nell’industria chimica.
ENI, quindi, deve tornare ad investire nell’industria chimica ricomponendo la proprietà di cicli ed impianti attualmente molto frammentata e per questo causa di continue tensioni ed incertezze nell’ambito di un settore industriale così integrato e interconnesso come l’industria chimica. I recenti caso dell’aumento del costo delle materie prime nei confronti di Vynils Italia e del loro sequestro, ne conferma l’esigenza di un forte e unitario soggetto industriale che intervenga attraverso precisi Piani Industriali.

Da questo si evince che:

1) l’ENI (ricordiamolo, oltre 10 miliardi di euro di utile nel 2008) deve cambiare rotta: il Piano Strategico ENI 2009 – 2012 prevede come unici investimenti significativi quelli nel settore della crescita degli idrocarburi e il rafforzamento nel mercato europeo del gas. Nessun intervento significativo nel settore dell’industria chimica.

2) Lo Stato deve far si che l’ENI sia costretta a cambiare rotta. e in particolare:
• deve porre fine alla politica del mancato accordo degli Accordi di programma sottoscritti;
• deve garantire adeguate risorse economiche per lo svolgimento di attività di ricerca a garanzia della continuità della produzione chimico-industriale e della qualificazione tecnologica e ambientale delle produzioni;
• deve far si che vengano realizzati gli investimenti di bonifica delle aree contaminate da vincolare ad esclusivo uso produttivo – industriale al fine di evitare che, attraverso lo strumento delle varianti urbanistiche e della conseguente edificabilità delle aree per fini speculativi, si incentivi la dismissione delle attività industriali;
• DEVE NAZIONALIZZARE L’INTERO SETTORE QUALORA ENI CONTINUI IMPERTERRITA NEL SUO DISIMPEGNO!

Conosciamo la natura classista e padronale di questo governo e non confidiamo in un suo intervento in tal senso. Sappiamo da che parte sta e conosciamo le sue pagliacciate (come la telefonata a Putin per salvare Eurallumina!). Ma non dobbiamo temere di presentare la nostra piattaforma rivendicativa.
Se i politicanti in carriera si sono fatti vivi solo durante la campagna elettorale per le regionali di febbraio, noi in tutto questo periodo, dal novembre scorso e con i nostri volantini, abbiamo portato avanti questa piattaforma. 
E non ci fermeremo qui, perché più passa il tempo e più si pone la questione di praticare l’alternativa alla chiusura del Petrolchimico di Porto Torres. Gli estenuanti tavoli, le infinite trattative possono continuare a lungo? Si può andare avanti a forza di CIG? Ne beneficeranno tutti?

ANCORA UNA VOLTA, VOGLIAMO MANIFESTARE LA NOSTRA SOLIDARIETÀ E VOGLIAMO SOSTENERE LA VOSTRA AGITAZIONE, LO SCIOPERO DI OTTO GIORNI, E, QUALORA VOI DECIDESTE IN TAL SENSO, L’OCCUPAZIONE DEGLI STABILIMENTI! PENSIAMO CHE LA DIFESA DEL POSTO DI LAVORO PASSI ANCHE PER QUESTE VIE E SIAMO PRONTI A DARE IL NOSTRO CONTRIBUTO ALL’ESTENSIONE DELLA MOBILITAZIONE, NEGLI ALTRI POSTI DI LAVORO, NELLE SCUOLE, NELLE UNIVERSITÀ E IN TUTTO IL TERRITORIO, E ALLA CREAZIONE DI UNA CASSA DI RESISTENZA IN SUPPORTO ALLA LOTTA!

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mercoledì 6 maggio 2009

...e se lo dice La Nuova...

segnalatomi dal puntuale Gabriello! hihihihihh

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venerdì 1 maggio 2009

Pre-occupazione continua!

Con il nostro ultimo volantino, distribuito il 2 aprile scorso, avevamo spiegato che con l’arrivo di Fiorenzo Sartor la telenovela non sarebbe finita. Le parole di Scajola, secondo il quale "per una multinazionale che decide di lasciare l'Italia c'è una soluzione nazionale che assicura la continuità di un settore di base”, si stanno rivelando, ahinoi, poco profetiche. Sartor non esiterebbe un minuto di più ad uscire dalla partita qual’ora Eni non ritornasse sui suoi passi.
Eni, che vuole uscire dalla chimica per concentrarsi sull’energia, trova il pretesto aumentando il costo delle materie prime necessarie a Vinyls Italia.
Noi che proponiamo la nazionalizzazione del settore, vogliamo ricordare un avvenimento di cui non furono protagonisti i comunisti, come noi siamo, ma la Democrazia Cristiana (!!!)
Nel 1962 venne nazionalizzata l’energia elettrica e questo non fu fatto certamente per gli interessi dei lavoratori (le vecchie imprese furono indennizzate cospicuamente), ma per razionalizzare i costi di un capitalismo allora in ascesa in quanto solo lo Stato poteva fornire materie prime a basso costo. 
Qui non si tratta di indennizzare Eni (che fa lauti profitti alle spalle dei lavoratori e che i soldi pubblici li ha sempre presi); qui non abbiamo a che fare con un capitalismo in ascesa ma con un capitalismo in crisi (che i padroni hanno provocato e che a noi vogliono far pagare le conseguenze). Ma l’aspetto in questione delle materie prime (che non è comunque l’unico) dovrebbe fare riflettere su chi deve controllare l’economia!
Nazionalizzazione delle imprese che licenziano: perché nessun posto di lavoro vada perso! Nazionalizzazione delle banche: affinché si possano attuare le bonifiche, per un ambiente più sano e per nuovi posti di lavoro! SEMPRE AL VOSTRO FIANCO!!!

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venerdì 17 aprile 2009

Ferrero: "Anch'io sequestrerei un manager!"

Per il segretario di Rifondazione Comunista, sequestrare un manager per poche ore è meno grave che chiudere un’azienda, magari con un sms.
In un’intervista rilasciata al programma KlausCondicio su YouTube, Paolo Ferrero ha aggiunto che, nelle stesse condizioni di un operaio che rischiasse il licenziamento e non avesse spazi di confronto, anche lui chiuderebbe il datore di lavoro in una stanza per qualche ora. Si tratterebbe certo di un gesto disperato che però servirebbe a far capire che il precariato è una forma di violenza.

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martedì 7 aprile 2009

GC Sassari per l'Abruzzo a supporto della Brigata di Solidarietà Attiva

Giovedì 9 dalle 17 alle 20 presso i locali della federazione di Sassari del PRC, in via Rockfeller 36 si terrà una raccolta di fondi, generi di prima necessità (acqua, pasta corta, latte UHT, biscotti), vestiario pesante, coperte, scarpe, per sostenere l'operato della Brigata di Solidarietà attiva organizzata da Rifondazione Comunista
Tutte le info sulla Brigata sul sito del Partito sociale!

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Pre-occupazione!

Pubblichiamo il testo del volantino distribuito al Petrolchimico giovedì 2 aprile in merito all'acquisizione di Ineos da parte di Fiorenzo Sartor
Ecco Fiorenzo Sartor! Finita la telenovela? "Per una multinazionale che decide di lasciare l'Italia – ha detto il ministro delle attività produttive Scajola - c'è una soluzione nazionale che assicura la continuità di un settore di base.”
Il fatto è che il capitale non ha nazione, ma una fede: quella del profitto! E quando manca quello tutto il resto viene messo in discussione. Basti pensare all’imprenditrice “di sinistra”, Maria Paola Merloni, senatrice del PD, che delocalizza in Polonia.
Se i sindacati dicono che vigileranno (il gruppo Sartor non ha i capitali necessari, la linea del cloro è ancora in mano all’ENI, non si è ancora fatta chiarezza sull’etilene, sul fenolo e sul cumene, ne si conosce ancora il piano industriale), nostro compito è sostenere che il destino della chimica può essere salvo solo quando questo settore strategico per l’economia del paese sarà nazionalizzato.
Non si dia un solo centesimo ai padroni che tra profitti e incentivi pubblici si riempiono bene la pancia e poi chiudono lo stesso. Lo Stato entri direttamente nella proprietà. Idem per le banche: anziché dare soldi pubblici ai banchieri per mantenere
intatti i loro privilegi, lo Stato le nazionalizzi. Solo con il credito nelle mani del pubblico saranno possibili le bonifiche dei siti industriali che, nelle situazioni attuali, non hanno futuro. È questo l’unica forma possibile di intervento pubblico!
“Niente bandiere rosse a Marghera, l’imperativo è lavorare e stare zitti!“. Così Sartor aveva annunciato in caso di acquisto di Ineos. A Porto Torres noi porteremo, come sempre, i nostri umili volantini. Le bandiere dei vostri diritti le sventolerete voi!

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mercoledì 1 aprile 2009

Lavorare e scoprire di essere cassa integrazione da tre mesi anche se la Regione ancora non l’ha concessa. Con Forus si Può!!!!!

Forus marchio Electa è sicuramente il nome più noto della società di intermediazioni finanziarie che a Sassari e a Milano ha le principali sedi operative e punti vendita in tutta Italia.

di Elena Zolo (Rete 28 aprile)
La società negli anni - nonostante il massiccio utilizzo di lavoratori falsamente parasubordinati, coincise con licenziamenti dei lavoratori stabili - ha usufruito di consistenti contributi pubblici, sia statali che regionali.
Ad aprile del 2007 a Sassari, dove ha il suo call-center, con un accordo separato e non firmato dalle Rsu, ha stabilizzato 183 collaboratori a progetto, ottenendo condizioni assolutamente al ribasso per i lavoratori e di fatto sanando la propria posizione.
Da agosto dello scorso anno, nonostante i milioni di euro avuti dalla Regione Sardegna e dallo Stato, la Electa inizia a non retribuire regolarmente i lavoratori e a dichiarare di trovarsi in difficoltà economica.
La Electa sostiene che lo stato di crisi sia conseguenza diretta della crisi mondiale delle banche e delle assicurazioni, mentre in realtà è la conseguenza diretta di una pessima gestione, non esiste e non è mai esistito un vero piano industriale e la Electa ha sempre improvvisato e navigato a vista.
La situazione di crisi si è aggravata a tal punto che l’azienda dichiara di non essere più in condizioni di pagare gli stipendi per intero e versa settimanalmente ad ogni lavoratore 150 euro (a copertura al momento del mese di dicembre), ma da due settimane nei conti corrente dei lavoratori non risultano accreditate nemmeno le “paghette” settimanali.
La Electa ha dichiarato lo stato di crisi e fatto richiesta alla Regione Sardegna di cassa integrazione in deroga per la totalità dei dipendenti. Questa mattina c’è stato un incontro tra la Regione Sardegna e l’azienda (all’incontro era presente anche il segretario generale della Uil di Sassari, non si sa a che titolo) ma la Regione non ha ancora concesso la cassa integrazione in deroga ed ha fissato un nuovo incontro (sempre Azienda e Regione non OO.SS) per la prossima settimana.
Questo pomeriggio il direttore della unità produttiva di Sassari - Dott. Fuso - ha riunito il personale e ha informato che la cassa integrazione sarebbe partita dal mese di gennaio 2009 con effetto retroattivo, quindi tutti i lavoratori che in questi tre mesi hanno lavorato, devono perdere l’intero stipendio e percepire solo la cassa integrazione.
Il Dott. Fuso ha presentato una lettera ai lavoratori, datata 2 gennaio 2009 nella quale c’è scritto che visto lo stato di crisi, esperito il confronto sindacale (non è ancora avvenuto) il lavoratore è in cassa integrazione dalla data del 5 gennaio 2009.
Oggi è 31 marzo 2009 e la Regione Sardegna non ha ancora concesso gli ammortizzatori sociali per i lavoratori della Electa. Il tentativo di far risultare la cassa integrazione da gennaio è un fatto gravissimo, così come è grave tentare di scavalcare le organizzazioni sindacali scrivendo che si è conclusa una trattativa che non è nemmeno iniziata. Alcuni lavoratori, per timore di perdere anche l’integrazione salariale hanno firmato, ma la gran parte si è rifiutata.
Domani l’assemblea dei lavoratori deciderà quali azioni mettere in campo in questo momento così delicato per loro.
L’estensione degli ammortizzatori sociali anche a quei lavoratori che per legge non ne sono coperti è un fatto di grande importanza indipendentemente dalla crisi, ma deve essere altrettanto importante controllare con rigore per evitare, come già venuto in passato, che i soldi pubblici, il danaro nostro, della tasse pagate dai lavoratori, finiscano nelle mani di lestofanti di questa portata.

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martedì 31 marzo 2009

Solidarietà al compagno Michele Piras senior!

"L'autoritarismo, la chiusura verticistica, la pratica centralistica e la violenza verbale" nei confronti del partito sardo impongono a tutti noi la doverosa solidarietà nei confronti del segretario regionale.
Sarà pur vero che l'azione del partito all'interno della giunta regionale per quattro anni e mezzo non è riuscita a interrompere "il ciclo lungo di una dilagante egemonia della destra, costruita sulla sua straordinaria capacità di insinuarsi nel profondo della coscienza politica delle classi popolari"; sarà pur vero che quando elenca i dati della sconfitta cita quelli del Pd e non i 10.000 in meno del Prc; sarà pur vero che parla un pò così dell'America Latina e del socialismo del XXI secolo visto che a Cochabamba la sinistra di popolo ha vinto contro la privatizzazione dell'acqua mentre in Sardegna la sinistra di palazzo l'ha privatizzata; sarà pur vero che ha una strana concezione del verticismo, dell'autoritarismo e del centralismo visto che è stato paladino della legge Statutaria; sarà pur vero che cita Trotskij senza che il paragone regga; sarà pur vero che a un mese e mezzo dalle votazioni sarde non ha ancora convocato un Cpr, ; sarà pur vero che scrive sul sito di un altro partito...

...ma, insomma compagni, la vogliamo smettere?

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martedì 24 marzo 2009

Acqua passata

Dopo il provvedimento del nostro governo che apre le porte della gestione dell'acqua ai privati escludendo le gestioni "in house" cioè l'intervento (residuale) pubblico, altre brutte notizie arrivano da Instabul.Nella capitale turca si è svolto, nello scorso week end, il V Forum mondiale sull'acqua; vi partecipavano rappresentanti di 155 Paesi e di Ong internazionale. Obiettivo del summit era quello di "fare qualcosa" perchè una parte consistente degli abitanti di questo pianeta possano usufruire del liquido vitale.
L'assemblea ha praticamente fallito nel suo intento, a detta degli stessi intervenuti, visto che a fronte di una richiesta di reintrodurre il "diritto" all'acqua si è arrivati ad un misero compromesso per "migliorare l'accesso all'acqua e l'azione di bonifica in tutto il mondo", "economizzare l'acqua" e "contrastare l'inquinamento di falde e fiumi".
Quindi nessuna posizione direttamente garantita dal legislatore in modo da assicurare al titolare il soddisfacimento di una propria utilità sostanziale (è la definizione di "diritto") ma solo dei buoni propositi che si scontreranno con l'utilità dei profitti delle grandi multinazionali che governano questo mercato.

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lunedì 16 marzo 2009

Verso il partito sociale

I video del seminario "verso il Partito Sociale" tenutosi a Bologna il 14 marzo 2009. Le conclusioni di Paolo Ferrero>












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lunedì 9 marzo 2009

Dopo le elezioni sarde, ancora centro-sinistra?

Le elezioni più “nazionali” di tutta la storia dell’autonomia regionale sarda si sono concluse con la netta affermazione del centro destra. 9 punti percentuali distaccano Cappellacci da Soru e ben 17 la coalizione di centro-destra da quella di centro-sinistra. Rifondazione perde un punto percentuale, quasi 10mila voti e 4 consiglieri rispetto alle elezioni del 2004. L’astensionismo cresce e si attesta al 30%.

Si conclude così l’era Soru iniziata cinque anni fa quando l’uomo più ricco della Sardegna decide di entrare in politica nel campo del centro-sinistra, pur non essendo riconosciuto da subito come leader. Argomento dello scontro con gli allora segretari di Ds, Margherita e Rifondazione (Valentini) era la composizione del listino maggioritario previsto dalla legge elettorale: per Soru doveva essere composto da rappresentanti della società civile scelti da un comitato di saggi, e non doveva mancare un suo potere di veto in caso di nomi troppo vicini ai partiti.

Ma l’approssimarsi delle elezioni, un centro-destra spaccato e la vittoria concessa ai partiti sul listino fecero cambiare atteggiamento agli interlocutori e, per quanto ci riguarda, per l’allora gruppo dirigente di Rifondazione, Soru non era più colui che aveva “indossato i panni della sinistra per fare un’operazione di destra”, né quello che voleva praticare “la via sarda al peronismo” (per usare le parole di Valentini). Parte quindi l’alleanza, si vincono le elezioni nel 2004 e per tutta la legislatura, tra una battaglia per le entrate fiscali ingaggiata con lo Stato, gli americani che vanno via da La Maddalena e la tassa sul lusso, il nostro governatore compare su tutte le pagine della politica nazionale trattato alla stregua di un eroe che ha ridato dignità al popolo sardo.


La questione operaia nell’isola


Ma il popolo sardo è un’entità troppo vasta, occorre restringere il campo: è infatti sui temi del lavoro che il centrosinistra sardo ha fallito, e non è secondario ricordare che per tutta la legislatura il Prc ha coperto proprio l’assessorato al lavoro. Appiattendosi su una giunta priva di una strategia industriale, il Prc non ha presentato una ricetta di classe per porre fine alle vertenze che tutt’ora interessano l’isola: solo concertazione (al ribasso) e niente lotta! Alcuni dati dimostrano la correlazione negativa tra lotte per il posto di lavoro e vittoria delle destre. Nel Sulcis continua la lotta degli operai di Eurallumina a Portovesme, dove la multinazionale Rusal ha deciso di fermare gli impianti per un anno, ma nel collegio provinciale Cappellacci sorpassa l’ex governatore di 18 punti percentuali, mentre nel capoluogo Iglesias lo scarto è ancora maggiore: 25 punti. Tiene solo Carbonia (dove Soru supera di poco il 50%), città mineraria simbolo delle lotte operaie dove però 3 anni fa alle amministrative il centrosinistra vinse con l’80% dei consensi. In Ogliastra, dove sono presenti diversi cantieri navali, la crisi sta manifestando i suoi aspetti peggiori, con i lavoratori di Intermare (Arbatax) che, ingaggiando una guerra tra poveri, non tollerano la presenza di lavoratori rumeni. Qui Cappellacci prende il 53,45 % contro il 41,84% di Soru. Vanno alla destra anche le città dei poli industriali della provincia di Nuoro: Ottana, Macomer e Siniscola.

A Ottana il gruppo Dow Chemical proprietario di Equipolymers annuncia il suo disimpegno facendo rischiare il posto di lavoro ai lavoratori della zona, a quelli della centrale elettrica collegata, e facendo venir meno un acquirente di paraxirolo, prodotto a Sarroch, rischia di scatenare un effetto domino devastante. Risultato a favore della destra con 10 punti percentuali di differenza tra i due presidenti e 26 tra le due coalizioni. A Macomer, luogo simbolo della lotta dei lavoratori del tessile, Soru ha persino registrato una contestazione operaia durante la campagna elettorale. Qui il candidato del centrodestra prende il 49,41%, Soru il 43,44% (55,69% contro 37,04% il dato del voto per le coalizioni). Tiene Porto Torres, da pochi mesi scossa dall’ultima crisi del petrolchimico (descritta nel precedente numero di FalceMartello): sostanziale parità tra Soru (47,99%) e Cappellacci (47,92%), ma nelle amministrative del 2005 il centrodestra non arrivò neppure al ballottaggio.

Ovviamente non si ha a che fare solo con i lavoratori della produzione: alla protesta dei lavoratori della formazione professionale, che si è fatta sentire molto tempo prima del voto (con manifestazioni quotidiane sotto il palazzo della regione) si è aggiunta la protesta dei lavoratori del servizio idrico privatizzato proprio nella legislatura appena trascorsa. Ne si è avuto a che fare solo con i lavoratori dipendenti: basti pensare ai contadini stritolati dalle banche. Paradossale, visto l’agricoltura biologica e i prodotti tipici sardi sono stati uno dei cavalli di battaglia (insieme al turismo di qualità e alle nuove tecnologie) del Soru-pensiero.


fallimento del centro-sinistra e prospettive del prc


Alla vigilia del voto i segretari nazionali dei due partiti comunisti principali salutavano positivamente i quattro anni e mezzo di governo (senza aver fatto un’analisi dettagliata aldilà della retorica sulla dignità riconquistata dai sardi) e la nuova avventura della coalizione soriana (senza aver criticato il capriccio delle dimissioni anticipate). Se Diliberto auspicava che Veltroni imparasse da Soru su come vincere le elezioni, il nostro segretario Ferrero su un centro-sinistra modello Soru, ci avrebbe messo subito la firma. Bene compagni, se questo è il risultato del miglior centro-sinistra, avremo di che riflettere su come ricostruire la sinistra in Italia. Questa bocciatura che esce dai confini dell’isola e che porta alle dimissioni del leader del Pd, congiunta alla crisi che avanza con passi da gigante, deve essere un monito per il partito che a Chianciano ha decretato la sua “svolta a sinistra”. O si rompe con il Pd e con le sue giunte o ci facciamo trascinare dalla corrente. E il Prc sardo da questa corrente si è fatto trascinare eccome: non dimostrandosi all’altezza delle vertenze, sostenendo il presidenzialismo, la privatizzazione del servizio idrico, pronunciandosi solo a parole e non nei fatti contro la realizzazione del G-8 a La Maddalena per questa estate, appoggiando acriticamente le dimissioni del governatore volute, annunciate e ottenute anzitempo per capricci di leadership, perdendo perciò 10.000 voti, piazzando solo due consiglieri regionali e contribuendo a regalare la Sardegna alle destre che ora riscriveranno lo statuto utilizzando le coordinate ultrapresidenzialiste della legge statutaria, cancelleranno un piano paesaggistico salva coste con la scusa del lavoro (leggasi edilizia selvaggia) non difeso in altri settori e approfitteranno di ciò che rimane delle servitù militari per accrescerle. Ma se un tale trascinamento è a dir poco logico che sia subìto da chi guida il partito da posizioni moderate (che vanno oggi più che mai combattute), altro discorso è per tutte quelle zone del resto del paese dove la svolta a sinistra viene negata dalla pratica delle alleanze con il Pd con la scusa che “non ci sono automatismi”.

Da una parte si legittima un bipolarismo borghese, speculare nonostante i toni, sempre più teso alla nostra esclusione (abbiamo voglia noi di lamentarci contro l’accordo sullo sbarramento alle europee…), e dall’altra si manifesta l’autonomia del politico rispetto alla costruzione del partito nei gangli del conflitto, e non sarà una discussione esclusivamente proiettata sulla riunificazione estetica dei comunisti a salvarci. Perciò non accontentiamoci di un 5% sommato tra Prc e Pdci a garanzia del superamento dello sbarramento alle europee, ma andiamo oltre cercando piuttosto di intercettare (nella lotta) quei tanti punti percentuali che nelle realtà operaie hanno fatto la differenza dando la vittoria alle destre, oppure andando a riconquistarci la fiducia in quei tanti elettori sempre più stanchi di questa politica e che fanno dell’astensionismo la loro arma. La questione nella sua drammaticità è molto semplice: o si applica pienamente la svolta a sinistra (lo ripetiamo, se quello soriano era il miglior centro-sinistra, guardiamoci bene dal perseverare) o di uscita a sinistra dalla crisi del capitalismo non se ne parla.

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giovedì 5 marzo 2009

Miracoli della scissione

Non so se vi ricordate di Rina Gagliardi, quando scriveva su Liberazione. Oggi parla della raccolta differenziata. Dice che era convinta fosse una pratica ambientalista, progressista...ha cambiato idea. Ma voglio ricordarmela quando fece la prefazione (dal titolo nientepopodimeno  che "Perchè non possiamo dirci riformisti") a "Riforma sociale o rivoluzione" di Rosa Luxemburg, ristampa prodotta3 anni e mezzo fa da Liberazione ed Edizioni Alegre (per la collana "Pensiero forte").  
Siccome la gagliarda scissionista ora scrive ne "il Riformista"...beh, c'è da dirlo...ha cambiato proprio idea!

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mercoledì 25 febbraio 2009

In ricordo di Rosa Luxemburg

90 anni fa, nella notte tra il 15 e il 16 gennaio del 1919, veniva assassinata Rosa Luxemburg (insieme all’altro grande rivoluzionario tedesco Karl Liebknecht). La sua morte, per opera delle squadracce di destra dei Freikorsps, ma con la complicità dei dirigenti socialdemocratici dell’Spd, segnò l’inizio della fine della rivoluzione tedesca.
Il processo rivoluzionario continuò a fasi alterne fino al 1923, ma la massiccia repressione in seguito all’insurrezione di gennaio del 1919 decapitò decine di quadri rivoluzionari al punto di consegnare la Germania alla repubblica di Weimar, il cui regime di oppressione borghese preparò il terreno alla dittatura nazista. L’attualità del pensiero di Rosa Luxemburg la si può ricercare, in tutta la sua drammaticità, in tre punti: la crisi del capitalismo, l’inutilità del riformismo, e appunto l’uscita a destra o a sinistra dalla crisi.
Per ciò che riguarda le crisi del capitalismo, magistrali sono le lezioni di Rosa nel suo libro più famoso “Riforma sociale o rivoluzione”. Questo libro fu scritto nel 1889 ma sembra fatto apposta per i tempi attuali.
Un anno prima all’interno dell’Spd sorse la corrente revisionista capitanata da Eduard Bernstein: secondo questo dirigente il capitalismo, man mano che si sviluppava,  avrebbe manifestato una capacità di adattamento che avrebbe cancellato definitivamente le crisi e il suo ciclo tipico boom-recessione; perciò compito della socialdemocrazia (allora i marxisti erano chiamati tutti socialdemocratici) sarebbe stato quello di limitarsi a delle piccole riforme senza abolire lo stato di cose presente, come invece diceva Marx.
Questa fiducia nel capitalismo è stata ripresa più volte nella storia del movimento operaio e della sinistra: avrebbero cancellato le crisi le politiche keynesiane nel secondo dopoguerra e lo sviluppo delle nuove tecnologie negli anni 90! Niente di più falso! Abbiamo avuto infatti la crisi economica del 1973 nel primo caso, la crisi asiatica nel 1997 e lo scoppio della bolla della new economy nel 2001, nel secondo caso, per arrivare alla crisi attuale, la più spaventosa! Il capitalismo, quindi, non può e non potrà mai abolire il ciclo economico che vede alternarsi fasi di crescita e fasi di recessione. Per Bernstein, invece, il capitalismo si sarebbe adattato grazie al sistema del credito e alle unioni degli imprenditori (cartelli o trusts). Rosa Luxemburg smonta le teorie bernsteniane punto per punto.
Sul credito abbiamo poco da dire: l’attuale crisi è partita proprio dalla finanza e ora sta coinvolgendo l’economia reale. Nel facilitare lo scambio, il credito accresce la capacità di espansione della produzione, ma nell’anarchia del mercato (si produce in base al profitto e non in base alle necessità delle persone) la sovrapproduzione genera una minore capacità di consumo e le merci prodotte restano invendute. Perciò nelle fasi di ristagno il credito si presta, per usare le parole di Rosa, “in speculazioni arrischiate”! La realtà è sotto gli occhi.
Bernstein allora diceva che l’anarchia del mercato poteva essere cancellata dalle unioni degli imprenditori che insieme, avrebbero regolato la produzione per evitare le crisi.  Ma se si fa un cartello in un settore eliminando la concorrenza e innalzando la quota dei profitti, lo si fa a spese di un altro settore. Se invece si fa un cartello più generale nel mercato interno, tenendo alti i profitti dentro uno stato e vendendo le merci al di fuori  dei  confini a prezzo più basso, per dirla con Rosa, “ne risulta un’acuita concorrenza all’estero, una maggiore anarchia sul mercato mondiale, e cioè, proprio l’esatto contrario di ciò che si voleva ottenere”. Guerra commerciale, che sappiamo dove porta.
Per finire, i comunisti non sono contro le riforme, ma anzi, lottano giorno per giorno per condizioni migliori della popolazione e dei lavoratori. Queste però devono inserirsi in un quadro di rottura rivoluzionaria, perché il capitalismo può andare in crisi (anche la peggiore), ma non si mette da parte da solo, e pur di rimanere a galla, non esita a scatenare guerre e dittature. Questa è l’uscita a destra dalla crisi e la storia del secolo scorso dovrebbe far da monito. Se la rivoluzione tedesca (ma anche quella italiana, o quella spagnola) non fosse stata tradita noi non avremo avuto né Hitler (ma neanche Mussolini e Franco), né la II guerra mondiale. 
Oggi più che mai uscire dalla crisi a sinistra significa espropriare gli espropriatori, far pagare la crisi a chi l’ha causata, pianificare la produzione in modo democratico e a livello mondiale. Impariamo dalla storia prima che la crisi del capitalismo conduca alla crisi definitiva  dell’umanità intera.

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venerdì 20 febbraio 2009

Nazionalizzazioni, (b)anche no...

Se il fotomontaggio fosse stato pubblicato da qualche giornale di "sinistra", molti dei nostri governanti avrebbero gridato allo scandalo, al vilipendio, alla lesa maestà.

Invece un Berlusconi-Mussolini, appare sulla prima pagina dell'ossimorico quotidiano Libero; naturalmente nessuna declinazione negativa del fatto anzi "Silvio pronto a tutto. Marcia sulle banche. Berlusconi a sorpresa lancia la proposta di nazionalizzare gli istituti per fronteggiare la crisi. Come fece Mussolini che salvò l'Italia e la sua economia".
L'ennesima esternazione del presidente del consiglio, poi ritrattata, corretta, aggiustata (a volte il paragone con "1984" di Orwell è imbarazzante) fa discutere: si propone la nazionalizzazione delle banche per fronteggiare la crisi.
Ma che fa il cavaliere, ci supera a sinistra? Vuol fare tutto lui, maggioranza e opposizione? No nulla di tutto questo. La sua ricetta ricalca ciò che è già stato fatto in altri Paesi ossia l'utilizzo di soldi pubblici per salvare il salvabile.
Come in Gran Bretagna o in Germania o negli Stati Uniti, i contribuenti pagano una tassa occulta che permette al "sistema" di sopravvivere al suo stesso fallimento, salvo non poter incidere sulle decisioni di fondo ossia sulla politica del credito.
Quindi nessun sorpasso a sinistra, semmai un ulteriore virata a destra verso quell'economia sociale di mercato, fatta di azzeramento dei conflitti sociali (nel quale si inserisce la riforma dei contratti e la piduistica frattura generata nel mondo sindacale) inserita in un ottica di futuro benessere che stenta sempre a farsi notare.

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venerdì 13 febbraio 2009

Medioevo? No, grazie.

La vicenda della povera Eluana Englaro, ha portato alla ribalta, persone e idee che ci ricordano da vicino il MedioEvo. Il fanatismo religioso di questi presunti “difensori” della vita, è tanto più lampante se si considera che sono saltati fuori a gettone, apposta per questa polemica reazionaria, e che con la “difesa” della vita ha ben poco a che fare.
Questi manipoli di esaltati credono di essere l’incarnazione della morale assoluta, da imporre a tutti i costi, ma basta rivolgere loro due o tre domande per ridimensionarli per le muffe della civiltà quali sono. Dove erano questi prodi inquisitori quando il governo criminale di Israele massacrava a centinaia i bambini di Gaza? Dove erano quando l’embargo uccideva mezzo milione di bambini iracheni? Perché non protestano contro la distruzione di milioni di tonnellate di cibo in ottimo stato, da parte del mercato europeo, mentre in India , in Africa e anche nella nostra Europa milioni di persone muoiono di fame di stenti? Condannate dalla libertà della proprietà privata, dal capitalismo! Che tacciano quindi. 

Il fatto che il 20 dicembre 2008, cioè 55 giorni fa Berlusconi avesse detto che su questo caso il governo non doveva intervenire, e che ora si stesse procedendo con un decreto d’urgenza dimostra soltanto che il governo doveva ricucire il rapporto con la chiesa, dopo il contrasto seguito all’approvazione delle leggi razziali. L’enfasi maniacale con la quale politici arrivisti e reazionari, e altrettanto reazionari cittadini, sono intervenuti in questa vicenda, è un indice dello sviluppo di una certa forma di coscienza, un’ideologia retrograda che interagisce e si integra con un processo politico ben chiaro, che ha preso forma oltre che all’attacco al libero arbitrio, alla volontà individuale di decidere della propria vita e del proprio corpo, anche nell’attacco al diritto di sciopero, al contratto collettivo nazionale, attacco al potere indipendente della magistratura, al diritto allo studio, al diritto alla salute per i lavoratori migranti, all’attacco (per ora) verbale alla Costituzione e in ultimo al pestaggio degli operai da parte della polizia a Pomigliano d’arco e Milano.

Elencati, questi elementi fanno sicuramente impressione, ma non bisogna esagerare la svolta autoritaria, verso il fascismo o altro. La società non è ancora sull’orlo di un cataclisma sociale o guerra civile o altro, ma semplicemente nelle sue dinamiche politiche riflette, per quanto in maniera indiretta, mediata, la crisi cronica del capitalismo italiano, che si può dire abbia avuto un permanente carattere parassitario, prima ancora che da altre parti, e da questo deriva l’immensa e costante corruzione a tutti i livelli e il carattere sempre più tragicomico della politica ufficiale italiana. Se il capitalismo, considerato storicamente, ha innegabilmente la tendenza al suicidio (per confermare questo, basta ricordare che nelle guerre del Novecento, sono morte più persone che sommando tutte le altre guerre della storia, e non a caso questo secolo è stato l’apogeo del capitalismo, almeno tra il 1945 e 1973-4), bisogna anche dire che col suo movimento contradditorio e disumano, crea le condizioni per essere seppellito, proteste per le questioni più disparate, fino ad arrivare a scoppi rivoluzionari veri e propri, che non mancheranno da nessuna parte, quello che manca per ora sono i partiti rivoluzionari che guidino il cambiamento, che bisogna affrettarsi a costruire, che ci accingiamo a costruire, intorno al programma dell’economia socializzata e pianificata. L’opera è grande, ma è ancora più grande la sua necessità.

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martedì 10 febbraio 2009

Paolo Ferrero a Sassari

Alle 19,30 presso l'Hotel Marini 2 in via Nenni (di fronte al palazzetto dello sport in Piazzale Segni), incontro con i candidati del Prc e i lavoratori sassaresi per l'impegno dei comunisti sui temi del territorio e sulla grave crisi economica e sociale italiana ed internazionale.
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La lotta dei lavoratori ELECTA

Riceviamo e pubblichiamo alcune note di Elena Zolo sui call center di Sassari e in particolare sulla vicenda Electa.

Ad aprile del 2007, in seguito ad accordo sindacale, la Electa Spa, ha stabilizzato tutti i 184 co.co.pro in essere in azienda. Immediatamente la notizia è stata riportata con grande enfasi sui giornali e le televisioni locali

Infatti in questi anni ho sempre ritenuto che la Electa, a fronte della possibilità di regolarizzare la propria posizione approfittando anche di consistenti incentivi e sgravi fiscali e contributivi, avrebbe dovuto concedere condizioni molto più favorevoli di quelle concordate il 6 aprile 2007, dopo appena due giorni di trattativa.

In particolare l’accordo prevedeva il passaggio dal contratto metalmeccanici a quello delle telecomunicazioni, quindi ad un contratto non solo peggiorativo sia sotto l’aspetto economico che normativo (vedi disciplina sugli orari di lavoro), ma anche dal settore dell’industria a quello del terziario, con gravi perdite sotto l’aspetto degli ammortizzatori sociali.

Il cambiamento del contratto violava “l’avviso comune sui call-center” sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Nel 1999 con il nome di Antas, l’azienda ha usufruito di agevolazioni contributive e fiscali regionali per l’assunzione a tempo indeterminato, terminate le quali, nel 2001, dopo aver cambiato nome da Antas a Recall, ha aperto una procedura di mobilità per 24 dipendenti. Non essendoci alcuno stato di crisi (l’azienda era in attivo e assumeva nuovo personale) la procedura di mobilità si è conclusa senza accordo sindacale.

Con la procedura di mobilità ancora in corso, la Recall (ora Electa) assumeva lavoratori parasubordinati, gli allora co.co.co e contemporaneamente rientrava nel contratto d’area, ottenendo altro danaro pubblico (7 miliardi di lire) con i quali ha costruito un lussuoso capannone (denominato dagli operatori della zona “il castello”) nella zona industriale Predda Niedda di Sassari che, appena terminato, ha venduto.

Nel 1999 il personale era composto da circa 100 dipendenti tutti a tempo indeterminato, nel corso degli anni, prima con la mobilità, poi con diversi incentivi all’esodo - disposti unilateralmente per i soli dipendenti stabili – e con il ricorso al lavoro precario, si è arrivati nel 2007 a 54 lavoratori stabili e 184 co.co.pro.

Conoscendo questi precedenti, ho immediatamente avuto il sospetto che la Electa volesse solo ottenere gli incentivi e gli sgravi previsti dalla Finanziaria 2007, alleggerendosi anche degli oneri per gli ammortizzatori sociali. A questo si aggiunge che l’accordo prevedeva solo rapporti part-time e livelli bassissimi: il II e III livello, nonostante i co.co.pro fossero impiegati a tempo pieno e avessero acquisito nel corso degli anni grande professionalità, oltre che la perita dei buoni pasto.

Con queste stabilizzazioni l’azienda ha usufruito di danaro pubblico per oltre 1.800.000 euro (10.000 euro ad assunto), più le agevolazioni regionali, mentre i lavoratori hanno dovuto firmare un atto di conciliazione e quindi rinunciare al pregresso (in media 6 anni di contributi, ferie, permessi, tfr…). Per non perdere questi soldi (soldi nostri, contributi pubblici) la Electa aveva l’obbligo di mantenere in azienda gli “stabilizzati” per almeno due anni.

Non sono una veggente, ma conosco la Electa, il mio timore era che ripetesse quanto già fatto: scaduto il termine, tutti a casa e con il nuovo contratto senza nemmeno assegno di mobilità.

Mancano meno di tre mesi alla scadenza del termine e i lavoratori della Electa Spa sono in sciopero ad oltranza da una settimana, non ricevono lo stipendio da mesi, che fine ha fatto quel 1.800.000 euro di soldi pubblici? Oggi l’azienda si è impegnata ad illustrare a breve il nuovo piano industriale, ma intanto ha annunciato tagli in tutti i settori.

Purtroppo la Electa non mi ha smentita, purtroppo, mi dispiace dirlo, avevo ragione, purtroppo questa mattina i firmatari di quell’accordo capestro hanno invitato i lavoratori a ritirare lo sciopero, ma non hanno spigato il motivo per il quale due anni fa hanno detto che la mobilità è prevista per legge per tutti, omettendo di dire che solo i lavoratori di alcuni settori hanno diritto alla cassa integrazione e quindi all’assegno di mobilità: i metalmeccanici si, le telecomunicazioni no. I lavoratori riuniti in assemblea autoconvocata decideranno nuove azioni di lotta, mentre la Electa continuerà, magari sotto altro nome, a spillare soldi pubblici. Tutto questo è vergognoso!

Elena Zolo

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domenica 8 febbraio 2009

Mercoledì 11 - Assemblea per i lavoratori in lotta

"Una nuova stagione di lotte sociali: le proposte di Rifondazione a tutela di salari e occupazione". Alle 18,30 presso il dopolavoro ferroviario (piazza della stazione 18) interverranno Andrea Lai (segratario del circolo "E. Berlinguer" di Sassari e candidato alle regionali) e Alessandro Giardiello (responsabile nazionale del dipartimento "partito nei luoghi di lavoro" del Prc).

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